L’ASPETTO PSICOLOGICO DEL CAVALLO

Mantenere il cavallo in scuderia significa costringerlo a modificare radicalmente almeno due delle sue caratteristiche psicologiche fondamentali: la dipendenza dal branco e l’istinto della fuga.
Il cavallo in libertà è un animale gregario, che nel branco trova rifugio, protezione e sicurezza.
Gli etologi hanno rilevato comportamenti che sembrano indicativi di un tale livello di empatia tra i membri del gruppo da far pensare a modelli di “linguaggio” non esplicito, riferibili in qualche modo alla telepatia.
La composizione del branco non è casuale, e al suo interno esistono precisi rapporti di gerarchia, di amicizia e di ostilità.
Questi rapporti implicano dei legami profondi tra i componenti del gruppo, che si traducono in una sensazione di sicurezza, di identità e di appartenenza.
Tale equilibrio è profondamente compromesso, o almeno alterato, dal regime di stabulazione, che implica sempre una qualche forma di segregazione e isolamento.
Nella scuderia vivono tanti cavalli, ma ciascuno è separato dagli altri, confinato dentro il suo box, con abitudini, orari e alimentazione diversi che dipendono dalle esigenze del proprietario.
La si potrebbe quindi definire una vita di comunità, ma non di comunione, che non soddisfa le intime e istintive esigenze dell’animale.

L’isolamento comporta una netta diminuzione delle relazioni sociali, quindi genera insicurezza, paura, instabilità emotiva.
La malinconia, nei cavalli come negli umani, è una pessima compagna di vita, che può innescare situazioni di profonda sofferenza, che inevitabilmente sfociano prima o poi in qualche forma di patologia.

Un altro motivo di grave disagio psicologico deriva dall’impossibilità, per l’animale che vive chiuso in box, di ricorrere alla fuga.
Il cavallo, privo com’è di zanne, artigli o corazza, è la preda ideale di ogni carnivoro, compreso l’uomo.
Per questo, millenni di evoluzione l’hanno portato a considerare la fuga come la prima, basilare e istintiva reazione a qualsiasi situazione di pericolo o allerta che va a turbare la sua normale tranquillità.
Ciò non solo in relazione a un evento esterno, ma anche per una sensazione che nasce dall’interno del suo corpo, come un’improvvisa fitta di dolore.
Si può affermare che molto spesso nel cavallo le gambe reagiscono prima della mente razionale: prima scappa, poi pensa.
Naturalmente tale comportamento non può essere tollerato in cattività: un animale, o peggio un intero branco, che fugge ciecamente costituisce un grave pericolo per sé e per tutto ciò che lo circonda.

Ma reprimere un istinto così profondo, intimo e radicato non può che turbare gravemente la condizione psicologica e  anche fisiologica dell’animale.
Fortunatamente l’abitudine, la familiarità con l’ambiente e la fiducia nelle persone possono temperare notevolmente questo disagio.

Sommando queste due potenti fonti di fastidio psicologico si può capire come questi splendidi animali si trovino perennemente in una situazione di profondo conflitto interiore, combattuti tra l’istinto e l’educazione.

Quando si interagisce con il cavallo occorre sempre tenere presente questa situazione, perché tale circostanza è un’importante chiave di lettura di taluni suoi comportamenti, altrimenti inspiegabili.

 

di Anna Valeria Sabatini

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